La grande Trieste – Le sezioni per ritrarre la città

Sotto il segno degli Asburgo
Nel 1382 il libero Comune di Trieste, per sfuggire all’ostilità dei suoi bellicosi vicini, delibera la dedizione della città al duca Leopoldo d’Austria, riconoscendone i successori come suoi signori naturali ed ereditari e segnando così il suo futuro: da questo momento e sino alla fine della Grande guerra avrebbe fatto parte degli Erbländer, i “paesi ereditari” asburgici.
Nel 1719 l’imperatore Carlo VI la proclama porto franco ed è l’inizio dell’ascesa; il piccolo borgo di pescatori si trasformerà in una capitale economica e finanziaria internazionale e nel principale porto dell’Impero con una popolazione salita da 7.000 fino a 230.000 abitanti. Abolito nel 1891 l’istituto del porto franco, ormai superato in una nuova realtà costituita da una rete globale di scambi e comunicazioni, Trieste si trova al centro di un’ampia politica economica intrapresa dal governo austriaco e dai grandi gruppi finanziari austro-tedeschi per rilanciare il ruolo del porto come sbocco di tutto il nord-Europa nel Mediterraneo e guidare lo sviluppo industriale, rendendo la città sempre più vicina con il centro-Europa. Da qui la contraddizione tra la sua italianità di lingua e cultura e il carattere ormai tutto austriaco del suo sviluppo economico: quella che Scipio Slataper definì la lacerazione tra le due anime di Trieste, la mercantile e l’italiana.

La città immediata dell’Impero
All’interno della variegata e composita struttura dello Stato asburgico, Trieste occupava una posizione del tutto eccezionale. Già nell’atto di dedizione che la città aveva sottoscritto con la Casa d’Austria nel 1382, le venivano riconosciuti tutti privilegi dell’autonomia, non sempre però rispettati. La risoluzione imperiale del 1° ottobre 1849, riconoscendo questo diritto, conferiva alla città e al suo territorio la dignità di Reichsunmittelbare, “città immediata dell’impero”: si trattava di uno speciale status di origine carolingia che privilegiava solo poche città di un rapporto diretto con l’imperatore. Il Comune assumeva così diritti di rappresentanza politica pari a quelli che altrove erano propri delle provincie. Molte competenze dello stato –dai pubblici servizi al commercio, dalle scuole alla sanità, dalla salvaguardia del patrimonio artistico alla cultura– venivano così delegate in via fiduciaria al Consiglio comunale della città, retto dal Podestà. Il 31 gennaio 1906, per punire il Comune per il suo atteggiamento apertamente irredentista, un provvedimento del Governo revocò numerose di queste attribuzioni che vennero affidate ad un ufficio statale appositamente creato, il Consiglierato di Luogotenenza. Le deleghe revocate riguardavano gli affari di culto, la vigilanza sulle scuole, gli affari industriali e militari, la polizia sanitaria, lasciando disponibili solo compiti marginali e limitati. La sera del 23 maggio 1915, giorno della dichiarazione di guerra dell’Italia, il Consiglio comunale e il Podestà in carica, Alfonso Valerio, venivano disciolti e l’amministrazione della città 
affidata a un commissario imperiale.

La capitale dell’Adriatico asburgico
Nel passaggio dal XIX al XX secolo, l’economia di Trieste articolava ancor più che nel passato la sua fisionomia di “cerniera logistica” per il collegamento tra il Mediterraneo e l’Europa centrale. Subirono una rapida evoluzione le attività commerciali e marittime, le industrie legate a quelle attività e alla trasformazione delle merci in arrivo, ma anche la finanza, i servizi per l’amministrazione, la formazione e lo svago, per arrivare ad una attività edilizia addirittura febbrile, con la costruzione di quartieri residenziali, nuove aree destinate al porto, ai commerci e all’industria e, infine, una intensa attività di ristrutturazione dei servizi urbani negli anni dei “potestà
edificatori” (Dompieri, Sandrinelli, Valerio), tra il 1897 e il 1914.
Bastano pochi dati per capire la trasformazione avvenuta nel periodo: in 25 anni il tonnellaggio delle navi appartenenti alle diverse società di navigazione triestine più che raddoppiò (da meno di 200 a più di 400mila tonnellate), ma soprattutto va ricordato che nel 1891 più della metà di quel tonnellaggio apparteneva a navi a vela, mentre nel 1914 per quasi il 90% apparteneva a navi a vapore. In quegli anni, tutto il sistema economico triestino abbracciò con convinzione le nuove tecnologie: dal telegrafo all’illuminazione elettrica, dalle industrie chimiche all’utilizzo pionieristico del cemento armato nella costruzione delle nuove strutture portuali.
Trieste era diventata a tutti gli effetti una delle capitali commerciali del Mediterraneo, ricavando notevoli benefici dall’incremento vissuto dall’economia europea in quel periodo. Ma una simile specializzazione rappresentava allo stesso tempo un rischio nel lungo periodo, soprattutto quando la competizione nazionale all’epoca in pieno svolgimento portò ad ipotizzare che il ruolo “tecnico” e strumentale dell’economia triestina fosse indipendente dalle condizioni anche politiche ed istituzionali nelle quali si era sviluppata, e potesse transitare senza eccessive difficoltà verso un sistema diverso.

Proiezioni marittime della “Grande Trieste”
Il Lloyd Austriaco era nato a Trieste per soddisfare con strumenti all’epoca tecnologicamente avanzati le esigenze di trasporto dell’economia commerciale triestina, svolgendo la funzione di incubatrice per una miriade di attività commerciali e industriali legate al mare. Nei decenni successivi, però, progressivamente trasformò la sua identità, e divenne sempre più nettamente uno strumento della politica asburgica. Alla fine dell’Ottocento, i Governi di Vienna investirono ingenti risorse nel tentativo di consolidare la posizione internazionale dell’Impero nell’ambito del sistema delle Grandi Potenze, che all’epoca dominava le sorti di gran parte del mondo attraverso le colonie, e stava rimodellando i rapporti interni all’Europa con la diffusione di un marcato nazionalismo, che esercitava i suoi effetti anche in campo economico.
Accanto al Lloyd si svilupparono quindi numerose Compagnie di navigazione private, e dal centro viennese giunsero a Trieste non solo gli investimenti per l’ampliamento e il completo rinnovo delle flotte, ma anche finanziamenti per l’allargamento del porto, il raddoppio dei collegamenti ferroviari e la costruzione di una completa dotazione di infrastrutture, modernamente proporzionate per un commercio a lunga distanza che si stava enormemente sviluppando in quantità e in qualità.
L’economia triestina divenne sempre meno legata ad interessi ed attività locali, e sempre più dipendente da decisioni e dinamiche molto ampie, che abbracciavano l’intera Europa centrale e buona parte del Mediterraneo orientale, per prolungarsi in campo marittimo ben oltre Suez e Gibilterra. Furono anni estremamente prosperi, quando a Trieste furono sperimentate con successo importanti novità, dal più grande piroscafo costruito nel Mediterraneo alla prima nave da crociera. Ma in quegli anni si accumularono anche alcune pericolose contraddizioni del sistema marittimo triestino, come l’eccessiva dipendenza dai capitali provenienti dal centro dell’Impero e la latente conflittualità con l’economia marittima italiana. In seguito, la gestione di quelle contraddizioni divenne una eredità difficile da gestire, nel corso dell’intero periodo tra le due guerre mondiali.

Scatola magica – luoghi della musica e dello spettacolo
La vita teatrale della Trieste nell’ultimo ventennio della dominazione absburgica è animata da una programmazione straordinariamente ricca e articolata. 
Il ‘Verdi’ e il ‘Filodrammatico’, l’‘Armonia’ e il ‘Rossetti’, il ‘Fenice’ e il ‘Minerva’, la sala teatrale del Narodni 
Dom e quelle della Società Filarmonico Drammatica e dello Schillerverein: lunga è la lista dei ‘contenitori’ dello spettacolo, protagonisti di un’attività che si sviluppa in parallelo sui versanti della prosa, della lirica, della musica sinfonica e da camera, ma anche dell’operetta, del cinema, del teatro di varietà e persino del circo. Sul versante della prosa, tra il 1908 e il 1914, la Società del Teatro Popolare programma un’attività ispirata a principi irredentistici e liberal-nazionali, straordinariamente “impegnata” sul piano della qualità degli autori e degli attori. Sul versante della lirica, nella città che celebra i propri ideali irredentistici sfidando la censura e intonando da palchi e gallerie a gran voce i cori patriottico-risorgimentali delle opere di Verdi, le rappresentazioni delle opere di Wagner, sull’“italianissimo” palcoscenico del Teatro Comunale, tra il 1884 e il 1914, superano numericamente quelle 
di opere verdiane.

La Trieste slovena
Nel 1901 nel cuore della città fu avviata la costruzione di un edificio polifunzionale destinato a ospitare le attività nazionali della comunità slovena di Trieste, ma anche di altre associazioni slave. La Cassa di Mutui e Prestiti di Trieste (Tržaška posojilnica in hranilnica) acquistò un terreno edificabile in Piazza della Caserma (oggi Piazza Oberdan) e indisse un bando per la realizzazione del progetto dell’edificio, la cui gestione era affidata all’associazione Narodni dom di Trieste. Il progetto, estremamente innovativo per l’epoca, fu realizzato dall’allora già affermato Max Fabiani, “grande architetto della monarchia”, che operava prevalentemente a Vienna. L’imponente immobile di stampo classicistico con cornicione in pietra era diviso orizzontalmente in due parti che ne delimitavano le funzioni: il pianterreno, il mezzanino e il primo piano, dove prevale la pietra bianca, erano destinati alle attività sociali, culturali e sportive, mentre la parte superiore in mattoni bicolori ospitava degli appartamenti e un albergo. A partire dall’agosto del 1904 numerose associazioni culturali, politiche e sportive si trasferirono nel Narodni dom. L’edificio polifunzionale divenne un luogo d’incontro per i rappresentanti di tutti i ceti della comunità triestina slovena dell’epoca.

Sguardi sulla città
Gli anni tra il 1891 e il 1914 furono un periodo di profondi mutamenti economici, socio-politici e tecnologici con evidenti e rilevanti riflessi nella trasformazione della città. Trasformazioni che vennero colte dai fotografi cittadini in modi nuovi e diversi, dovuti al coevo cambiamento in atto nel mondo della fotografia. 
I nuovi materiali fotografici permettono ora riprese istantanee, di poche frazioni di secondo; l’introduzione della pellicola di celluloide in rullo consente la produzione di fotocamere piccole, leggere ed economiche da utilizzare a mano libera ovunque. Scattare una foto diventa un’operazione semplicissima e in breve diventa il passatempo alla moda. 
Ai fotografi professionisti si affiancano i dilettanti, più o meno preparati, e i fotografi di strada che non si negano più nessun aspetto della realtà fotografando angoli nascosti della città e anche quei soggetti prima considerati non degni: i popolani, i monelli di strada o gli operai al lavoro.

Nascita dell’archeologia
Nell’Impero asburgico dal 1846 ogni ritrovamento archeologico veniva diviso tra lo scopritore e il proprietario del fondo, decadendo di fatto la forza legale degli enti museali sulla tutela e da allora essi dovettero muoversi sul mercato antiquario in concorrenza con i collezionisti privati. Nel 1850 istituita la K.k. Central-Commission, a Trieste le ricerche archeologiche passarono sotto il pieno controllo del Comune, rappresentato dai direttori dei Musei Civici, Carlo Marchesetti per quello di Storia naturale e Alberto Puschi con Piero Sticotti per quello d’Antichità.
Carlo Marchesetti fu impegnato nelle ricerche sul Carso triestino e in Istria, facendo luce per primo sugli abitanti delle grotte nell’età della pietra e dei castellieri nel periodo del bronzo e del ferro. Il Museo d’Antichità oltre a prestare l’opera sua nell’esplorazione di Nesazio e in altre scoperte avvenute nell’Istria, assicurò alla città tutto ciò che veniva ritrovato. Gli scavi urbani erano dovuti quasi per intero allo sviluppo della città e la direzione del Museo si impegnò al controllo dei cantieri e qualora affioravano resti antichi veniva proseguiti sotto la direzione di Puschi e Sticotti.

Arte a Trieste tra Monaco e Venezia – “Una nuova e diversa scintillazione”
Per il Museo Revoltella, fondato nel 1872 in virtù del lascito di un ricco finanziere di origine veneziana, gli anni tra il 1891 e il 1914 corrispondono alla fase di maggiore attenzione per il panorama artistico internazionale e per il processo di rinnovamento che lo sta interessando in tutta Europa. Nel 1892 il Curatorio del museo, che sovrintende alla gestione, visita l’Esposizione Internazionale di Monaco per fare acquisti di opere rappresentative delle diverse scuole pittoriche presenti all’importante rassegna. La delegazione è formata da tre membri del Curatorio, l’avvocato Felice Venezian, lo scrittore-giornalista Giuseppe Caprin e l’avvocato Clemente Lunardelli, e dal conservatore Alfredo Tominz. Forse si deve a quest’ultimo il suggerimento di recarsi a Monaco, dove egli aveva compiuto la sua formazione di pittore negli anni Settanta e probabilmente aveva ancora relazioni con l’ambiente artistico. Quattro i delegati e quattro le opere acquistate, due di artisti tedeschi (Karl Frithjof Smith e Karl Böhme) e due di artisti veneti (Guglielmo Ciardi e Luigi Nono). 
Una singolare “simmetria” che sembra frutto di un saggio compromesso tra l’esigenza di aumentare il valore della collezione con gli artisti nordici e la fedeltà all’antico legame con Venezia. A Felice Venezian e Giuseppe Caprin, due figure centrali nella vita politica e culturale di Trieste degli ultimi decenni dell’Ottocento, si deve la notevole crescita del patrimonio artistico cittadino, in cui essi vedevano un fattore decisivo di sviluppo per una città, secondo gli intellettuali 
“ancora troppo dedita ai commerci”.

Assicurazioni Generali: Trieste fulcro di una leva internazionale
Le Assicurazioni Generali nascono a Trieste il 26 dicembre 1831, come compagnia di vasto respiro finanziario, operativo e geografico: il capitale sociale ammonta a 2 milioni di fiorini austriaci, superiore di dieci volte alla dotazione finanziaria media delle compagnie sulla piazza dell’epoca. La volontà dei padri fondatori è di operare in tutti i rami assicurativi, come rispecchiato nella scelta dell’appellativo “Generali” quale parte del nome. La Compagnia si caratterizza per una struttura amministrativa bicefala: la Direzione Centrale di Trieste, a capo della gestione nei territori asburgici e all’estero, e la Direzione Veneta di Venezia, competente per gli affari nel Lombardo-Veneto e nel resto della penisola italiana. Il contesto mitteleuropeo è un notevole vantaggio per l’espansione della Società: grazie all’esperienza e alla solidità finanziaria maturate in 75 anni d’attività (il triplicarsi del capitale sociale –ormai superiore ai 12 milioni di corone– ha reso possibili ingenti investimenti finanziari, immobiliari e fondiari) le Generali conquistano il primato italiano nel settore vita e incendi in termini di premi raccolti e capitali assicurati. Nel 1906 la Compagnia conta nel mondo oltre 15 mila impiegati, dei quali più di 300 attivi presso la Direzione Centrale. La presenza internazionale è imponente: nel 1914 si contano 16 rappresentanze in territorio austro-ungarico e 42 in Italia e all’estero.
L’espansione dei mercati e il diversificarsi dell’offerta assicurativa inducono la Compagnia a esercitare determinati rami di attività attraverso società specializzate: ai primi del Novecento le Generali assumono gradatamente la fisionomia allora non comune di “gruppo”, con 6 società controllate e 3 partecipate distribuite tra l’Italia e l’Europa centrale.