Il Centro Espositivo d’Arte Moderna e Contemporanea, Ex-Pescheria Centrale in Riva Nazario Sauro 1, edificato nel 1913, è opera dell’architetto Giorgio Polli, che escogitò un tipo di costruzione funzionale ed esteticamente accettabile.

Il Polli si trovava a dover rispettare da una parte i requisiti tecnici dettati dalla destinazione della costruzione (le caratteristiche igieniche, la funzionalità dell’aula di vendita, una certa differenziazione e specializzazione delle strutture) e dall’altra l’esigenza che doveva guidare la progettazione: l’inopportunità, cioè, di schermare la prospettiva neoclassica delle rive, quasi interamente libera da strutture portuali e quindi aperta sul mare, con la costruzione invadente di hangar o di grandi depositi.

La mediazione tra le due diverse esigenze sembrò potersi compiere nel modello basilicale, che si riconverte così alla sua profana funzione originale di mercato. Le tre ampie navate consentivano tutto ciò che esigeva un esercizio commerciale di notevoli dimensioni, mentre le strutture in cemento armato permettevano di alleggerire i muri perimetrali e di interromperli con grandi finestroni. Le stesse “articolazioni” dell’edificio acquisivano una specifica funzione: il pronao, per esempio, era destinato ad ospitare le aste del pesce, mentre il campanile mascherava il serbatoio dell’acqua marina che doveva essere “alzato” per servire ai banchi di vendita. L’interno è un esempio di purismo funzionale. I pilastri in cemento armato sorreggono la copertura impiegando soluzioni simili a quelle usate nell’ingegneria dei ponti. Il carico del solaio del tetto, lievemente spiovente per le ovvie ragioni di scolo delle acque, è distribuito sull’orditura di travi principali e secondarie in calcestruzzo, poggiata sulle arcate. Le strutture portanti che all’interno sono a vista, all’esterno vengono completamente rivestite. L’impiego, secondo tradizione, del mattone nelle pareti (con un gioco decorativo di minime rientranze e emergenze) e dei risalti in pietra bianca, nonché le decorazioni di carattere marinaro (prore e crostacei), conferiscono all’edificio una “patina” veneziana, già suggerita dalla collocazione di esso tra i moli della darsena. Il ricorso ad alcuni strumenti di connotazione “palladiana” (la serliana del campanile, il binato del portico, i marcapiani, le finestre termali) consente alla Pescheria di non stonare, per chi guarda dal mare, contro il fronte dei palazzetti neoclassici e di marcare un punto nodale della struttura urbana.

L’operazione compiuta dal Polli è, a ben vedere, doppiamente “eclettica“. Non vi è cioè, in questo caso, soltanto il libero ricorso a questo o a quel linguaggio storico per rivestire un edificio. Vi è di più: ossia l’utilizzazione di un’intera tipologia, dotata certo dei consueti segni dello stile rivisitato, ma completamente separata dalla funzione che tale tipologia in origine caratterizzava. L’operazione “sacrilega” di dare ad una pescheria la forma di una chiesa (non a caso a Trieste battezzata “Santa Maria del Guato“) non è però capricciosa: del suo significato urbanistico si è già detto, ma un’altra ragione va forse aggiunta. Si tratta appunto della ricerca di una mediazione tra le implicazioni delle nuove tecniche costruttive e gli schemi visuali tradizionali destinati ad essere rotti da quelle tecniche. L’edificio, all’interno, utilizza con spregiudicatezza le nuove tecniche, anche se si contiene nell’esibirle; mentre la veste tradizionale, “classica”, appunto, dell’esterno copre e, in un certo senso, legittima l’ormai avvenuta rivoluzione tecnologica.